L’intervento monumentale realizzato da Giorgio Bartocci sulle quattro facciate (1000 m2) di un capannone industriale, si presenta come un’ armatura cromatica e tridimensionale posta sulla struttura dell’edificio. La dilatazione, il dinamismo, la sovrapposizione delle forme, l’utilizzo di 45 tonalità di colore scelte o campionate dall’artista, delle tinte metallizzate che rifrangendo la luce, permettono all’opera di mutare aspetto nell’arco delle 24 ore, fanno di “Self Protection”. Architettura liquida nr.10  un intervento ambientale in grado di coinvolgere e giocare con la nostra percezione visiva e di porsi come un landmark vibrante di colori ed energia.

 

Opera visibile presso Capannone industriale SS16 al Km 309,5 (Uscita A14 Ancona Sud, di fronte alla Decathlon)

E’ stata realizzata dal 20 luglio al 3 agosto 2020 durante la quinta edizione di PopUp Festival

 

(pagina in aggiornamento)

 

SELF PROTECTION. Architettura liquida n. 10 di GIORGIO BARTOCCI

Non è possibile intendere l’arte se non come qualcosa di vivo, che respira lo spirito vitale dell’artista, si nutre delle esperienze e degli spazi che abita, soprattutto cresce insieme a lui e alle realtà che lo circondano. Ed organica e fluida è sempre stata la pittura di Giorgio Bartocci, dalla velocità dei primi graffiti nel writing con cui ha esordito, all’urgenza di certi colori urbani della fase del primitivismo moderno, che dai segni vettoriali conducono alle figure rigonfie di smog e tossicità delle periferie metropolitane, fino a quest’ultima ricerca sulla architettura liquida dove, attraverso la pittura murale, l’artista cerca una dilatazione del dialogo con il mondo tridimensionale.

Liquido è l’aggettivo che secondo il filosofo Zygmunt Bauman definisce questa generazione. Abituata alla trasformazione, vissuta nelle incertezze, iperconnessa alla complessità, essa intuisce che la sopravvivenza sta nel ritmo, nella capacità di adattarsi al cambiamento e di rinascere rinnovata affermando una propria identità, anche sui muri. Nessuna distinzione tra reale/virtuale: nel nuovo millennio la sua vita scorre in maniera contigua tra opposti mondi ed entrambi li abita contemporaneamente: anche la tecnologia è percepita come parte della natura, perché è attraverso l’assemblamento di suoi elementi minerali che l’uomo può comunicare con i suoi simili pur essendo lontano nello spazio e a volte anche nel tempo.

La liquidità della luce, elettronica e naturale, è anche un elemento che caratterizza le ultime opere di Bartocci: dopo la ricerca sui colori degli allarmi urbani e le fluorescenze che animavano la vita notturna dei puppet, la cromaticità delle tinte metallizzate fa da conduttore alla luce insieme agli elementi rispecchianti dell’edificio su cui l’artista interviene, rendendo l’architettura un organismo vivente e mutante nelle 24 ore. Un segno di movimento e di rinascita, unitamente all’andamento slanciato dal basso verso l’alto delle altre masse cromatiche, che rende lo spazio vibrante di energia, ma allo stesso tempo generativo di armonia con l’ambiente circostante. L’edificio industriale, rivestito di una seconda pelle, può essere così visto diversamente mentre muta nelle diverse ore del giorno e della notte; le forme astratte di pittura vibrante negli spazi bianchi dei muri e nelle trasparenze generano una percezione di dinamicità che si connette con il territorio e rimanda alla curvatura delle colline e alle onde del mare vicino, così come agli aspetti più antropici del paesaggio: la velocità dei treni e delle auto che sfrecciano nelle strade circostanti e i movimenti frenetici delle merci delle prossime attività commerciali. Sono una pelle che riveste come una corazza di energia la geometricità anonima del parallelepipedo della struttura, trasformandola in oggetto artistico sintesi di tutte queste attività contrastanti, attraverso il mimetismo di forme stratificate di pittura dalle trasparenze che si sovrappongono su diversi livelli come se il muro fosse una tela o anche uno schermo. Quella di Bartocci è una pittura appunto liquida, che si adatta allo spazio ma anche lo cambia, un’arte urbana di una generazione di artisti in cui è riconoscibile una linea progettuale ed esecutiva specifica italiana, per la quale i contesti di provenienza e di riferimento sono periferie urbane cittadine più che metropolitane, comunque addolcite da margini rurali, e province sinuose dalle architetture sensuali dove l’occhio è addomesticato da millenni di storia dei piccoli centri urbani, e, in particolare per Bartocci, la relazione rigorosa tra geometria e natura di Piero della Francesca assorbita durante gli studi ad Urbino.

L’astrattismo di Bartocci rimanda ad una non-forma, uno strumento di trasformazione continua attraverso cui l’armatura pittorica crea uno spazio più libero, rendendolo reversibile e indefinito; la cui fruizione è democratica in quanto mette sullo stesso piano la soggettività dell’autore e di chi guarda. È anche un nuovo linguaggio che sperimenta codici artistici nuovi nell’arte urbana, trattando il muro come una tela e facendo esplodere le possibilità della pittura che grida, attraverso il colore, poesia e arte dove l’uomo ha sostituito il cemento alla natura, che pure continua a rispecchiarsi in esso.

L’intervento di arte urbana di Giorgio Bartocci si inserisce in un’edizione particolare del festival PopUp! che, dopo la pandemia, vuole attivare attraverso la trasformazione artistica di alcuni spazi una rinascita simbolica del territorio di Osimo. Una nuova vita più vicina a una nuova società più attenta, sensibile e umana attraverso gli impulsi dell’arte.

Testo di Annalisa Filonzi